Until the end of the world2019-01-11T09:20:05+00:00

Project Description

UNTIL THE END OF THE WORLD

DI CARLO GORI

Until the end of the world

Ridestare a nuova modalità espressiva composizioni insolite dotate di innate qualità pittoriche latenti che si trasformano in indizi
allusivi pronti a svelare il tessuto di relazioni simboliche che avvolge le storie del mondo. Trattenersi contemplativo presso gli intrecci inattesi, invito ad ascoltare le pause tra le storie, concedendo al vuoto apparente del fondo il compito di moltiplicare la tensione del significare. Il ruolo dell’artista ricalca quello di un restauratore del senso perduto, di custode dell’autenticità attraverso la cura della spontaneità e della purezza dello sguardo, unendo l’innocenza e la miracolosa forza della fragilità.

[su_spoiler title=”Leggi tutto il testo”]

Decantazione lenta, pratica di connessioni, senza nevrosi né urgenza di spiegazioni, creazione di relazioni senza gerarchie, divieti o preclusioni.
Carlo Gori non frequenta il commiato alla pittura di molti suoi contemporanei, ma vive con ostinazione e predestinazione il rapporto con una pratica artistica consapevole di vivere in un tempo di post-pittura. Non è nemmeno un ritorno a dipingere, perché l’artista non ha mai abbandonato il gusto indefinibile del colore, il rapporto con la densità fluida ingovernabile della materia pittorica intinta nello stupore per la vibrazione imprevedibile della campitura. Ancora pittura in un tempo indisposto a tutto. Ancora pittura nonostante tutto. Mantenersi presso la pittura rappresenta un legame prima ancora che artistico, esistenziale: una disposizione sapienziale in attesa di fronte alla tela. Attitudine orientale – quella di Carlo Gori – capace di pazienza nel dominare gli impulsi che spingono a gettarsi sul colore: non irruenza espressionista, ma gesto in levare, che non affonda sulla tela l’energia, ma che assorbe e restituisce alla tela bianca, tutte le intenzioni comunicative, i tratti essenziali di un campo di energia, di un fascio di segni, di una pioggia semantica ispirata dal confronto con la meditazione sull’assenza. Libertà del tocco pittorico che non si incarica più di descrivere, di narrare, di rendere realistica l’immagine, ma che si interroga e ci interroga sul mistero della materia delle cose e della materia della pittura.
L’impianto delle opere è contemporaneo nella sua costruzione concettuale, nella sua ricercata povertà materiale.
Severo come la fragile bellezza di cui è vestito su sfondo che vibra di strisce sensibili orientate da un intreccio di impulsi.
Scorrendo la foresta di tracce lasciate affiorare sulla tela sfiorata dai segni emersi, si avverte un processo compositivo di semplificazione formale della figurazione, allo scopo di tradurre tutta l’intensità primordiale e fangosa del linguaggio muto del corpo. Persistenze del corpo, focalizzate e somatizzate su aree ad alta sensibilità, alla ricerca della dignità originaria della specie prima ancora che dell’identità della persona. Il fondale radiale è strutturato in un ritmo ipnotico di cerchi eccentrici, mezzelune, ancora cerchi inconseguenti. Una struttura reticolare sottocutanea seminascosta annodata su filamenti di memorie intrecciate in una tessitura collettiva che prova ad annodare rapporti umani sfilacciati. Un corpo a corpo con le condizioni di possibilità della rappresentazione autentica, annunciando destini ancora tutti da percorrere alla ricerca di una prova inoppugnabile di sopravvivenza identitaria e testamentaria, prima di sciogliersi oltre l’unicità e perdersi nell’assenza. Gesti nati come impulsivi e impregnati di vita, approdano sulla tela solo dopo un lungo e meditato percorso di depurazione e successivo dis-velamento che lascia apparire la struttura rarefatta delle linee intrecciate secondo un disegno che mostra il disporsi di vettori di linee, di campi di forza, rendendo intelligibile non tanto la figura, quanto lo scheletro simbolico essenziale, l’archetipo del corpo. Un timbro di ripetizione differente apre ad una struttura combinatoria di variazioni, moltiplicazioni di tracce tra pressioni, intervalli, tracciati e silenzi, in una disseminazione di embrioni di segni.
Si ottengono strutture solo apparentemente semplici e casuali ma in realtà composte in sistemi estetici ricchi di sottili rimandi alla tradizione figurativa: dal richiamo a torsioni espressioniste quasi innaturali, alla calma ieratica bizantina nei gesti, fino a un simbolismo esoterico solo apparentemente involontario.
L’aura segreta nel nero oltre il nero tempestato di oro: tra sprazzi lucenti tra luttuosi fantasmi: un sistema simbolico dove la luce si mescola all’opacità del mondo materiale. Colori, luci, tenebre mescolati insieme dove l’uomo oscuro e senza nome diventa una
maschera dell’ambigua natura apolide dispersa nello smarrimento della provenienza, nell’ondeggiare inquieto nell’attesa della fatalità. Come un sogno rimosso, la nostalgia della libertà si disperde aleggiando in un desiderio di purezza di polvere aurea fiancheggiato dall’oscurità del carbone. Orme claudicanti incespicate su un filo spinato. Calpestando territori di confine, attraversando campi politicamente minati, accennando ad azioni fuori campo visivo. Frequentando incroci di civiltà, costellazioni di marginalità, rivelando i manierismi e i travestimenti etnografici, creando legami ed aprendosi ad una struttura di risonanze col mondo.
Una propensione a risuonare in molteplici echi culturali e sottili cortocircuiti di citazioni cromatiche tra modernità, classicità ed arcaismo. Oro e nero sottratti all’oblio e all’invisibilità. Combinazioni eleganti tra strati simbolici riconquistati alla dignità di ricordi. Un lutto afono sopporta il dolore senza stracciarsi le vesti.
Come un mosaico di domande sciupate dal tempo, scippate dalle vere riposte celate dietro i tasselli di mezze verità mai rivelate per davvero. Un dipingere che si interroga sull’essenza della presenza e sul mistero dell’assenza, tentando di esorcizzare la paura della scomparsa. Dietro il velo dell’immagine si raccoglie quel che resta di sacro nell’icona: il volto dell’umano.

Vittorio Raschetti

[/su_spoiler]