Nel nome2018-10-25T10:09:41+00:00

Project Description

NEL NOME

DI CAROLINA CORNO

Nel segno del nome

Vacillanti vettori calligrafici scagliati oltre la coabitazione col proprio nome, alfabeti atavici, disseminazioni di segni all’ombra del dubbio. Nomi che slittano su dune di mari di sabbia. Senza dire, senza tacere. Vegliati da nebulose condensate in tracce rapprese, tra alfabeti disseminati con nervosa, insperata, pazienza. Tracciare è un gesto virale, un esercizio vitale di resistenza, una prova ontologica di esistenza. Il segno del nome costituisce, attraversa, eccede, sfidando qualsiasi appropriazione definitiva e narcisistica.

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Oltre l’assioma dell’ identità autoreferenziale, occorre sporgersi nella distanza, sostando ai bordi del proprio sapere, oscillando sulla soglia che separa l’essere dal nulla, lasciando trascorrere tutto. Già differenti, dissimili, distanti.

Impietosamente attraversato da una corrente di ripetizione, il nome è un arabesco in movimento, innominabile, indicibile, tessuto afono, eccentrico, estatico dell’Io. Reiterato, differito e ferito. Una partitura di segni non coincidenti: armonie pronte a manifestarsi in pienezze e dissonanze seducenti, svelando il potenziale inscritto nell’istinto del tracciare.

Strati di segni, premonizioni di sogni, pensieri prima dei colori che si riverberano nel passato, come armonie che risuonano sulla superficie di onde semantiche. Ermetiche ed orgogliose, erratiche. Un modo di rivolgersi a quel che è assente, di farlo apparire, di lottare contro la sparizione dei nomi nella fuggevole avventura dei giorni.

In marcia verso ciò che si sottrae, siamo solo segni ostinati senza indicazioni, embrioni di senso dimenticato. Inscritta dentro se stessa, la firma segna la distanza incolmabile da sé: autografia priva di autobiografia. Soggetti dispersi nei gesti, sospesi nei segni. Sogni e germinazioni di segni proliferano in iscrizioni di pietra illusoria. Trascrizioni in altre vite, traslitterazioni in lingue perdute oscillando tra relitti di storie interrotte. Il nome è prima dell’inizio, gli sopravvive, scavalca l’oblio, insieme epitaffio e premonizione, abita presso le tracce, si insinua tra le linee, sprofonda nelle impronte come potenza radicale ed originaria. Il modo in cui si dispone, si orienta, si direziona nello spazio, determina la tensione, la continuità, l’intensità e l’intreccio dei segni. La memoria si raccoglie nel ricalco dell’identità: non è possibile separare il ricordo dal nome, che ci possiede tra implicazioni e risonanze in una catena di riverberi incessanti.

Nelle opere di Carolina Corno la memoria si presenta nella forma di ri-trascrizione, ripetizione differente, creazione fondata sul sovra-incidere, stratificando tessiture di segni dove l’identità si riconosce secondo una scansione ritmata da un dispositivo di iterazione fondante. Si avverte pure un meccanismo di coazione a ripetere, quasi un blocco evolutivo, una fissazione su un punto dolente, una ferita di identità che chiede di essere rimarginata attraverso la ripetizione e la messa sotto controllo del dolore. Sono lapsusinconsapevoli di segni scampati alla censura delle pulsioni, sono sintomi di vitalità incomprimibile: sono scritture sfuggite alla dittatura della razionalità.Tratteggiare è un lavoro meticoloso come una miniatura in cui perdersi, una meditazione ai margini dell’inconscio, alla ricerca di ciò che riaffiora dalla mente sepolta, aprendo un gioco di fragili coincidenze ai margini del tempo. Scritture e sottotesti sottotraccia intrappolate nella ragnatela del segni.Un labirinto di indicazioni utili a perdersi per ritrovarsi con un nome sbagliato. Lo stile nel disegno è un inafferrabile movimento, uno stile di vita,un luogo psicologico, uno stato di coscienza.

Oltre il confine: ruota, oscilla, scorre, si deposita, sfuma, si sovrappone nelle gradazioni, sommerge i punti fermi, gli accenti, le linee più scure, le tessiture preesistenti e la complessità di ogni ombra vibra vestendo di ambiguità il velo con cui far apparire fantasmi privati attraverso un gioco di reticenze eloquenti.

Risalendo nella genealogia dei nomi affiora un universo tra le righe, una cartografia della sensibilità. Una radiografia di disegni nascosti nella filigrana della mente. Un sottofondo d linee affilate si inscrive nel territorio tra l’immagine e il suo doppio tra alternanze e raddoppiamenti e irradia l’epidermide del foglio di tracce sottocutanee, di traspirazioni vitali, di turbamenti sottili, di inesorabile avanzata nella selva di simboli fino a perdersi, ad impedirsi la strada del ritorno. Anelli di ripetizione fino a rimpatriare nel nome seguendo le forze oscure. Posseduti dal demone del nome immaginare di guarire dall’ossessione della nominazione, assumendo pseudonimi ed eteronimi, declinandosi in una firma plurima.

Configurazione di forze visive espansione di aggregazioni spontanee, eteree e imperturbabili, quasi inafferrabili, tra dissolvenze, sovraimpressioni, sopravvivenze che slittando in nuove direzioni addizionando differenze. Indifferente l’enigma della provenienza vaga nell’assenza dentro e fuori i margini dei segni, mentre la scrittura si perde nel geroglifico del nome come in una oscura profezia. Solo una mente tersa, attraversata da un caso organizzato, può sostare presso la confusione dei segni al riparo dallo smarrimento.

Occhi di ghiaccio, lame nella notte che incidono ferite indelebili. Segni interrotti, impigliati in altri segni, frammenti instabili in un intreccio di rapporti e configurazioni decentrate e prive di costruzione gerarchica in una variazione continua degli orientamenti dove il centro è dappertutto e in nessun luogo. Inondati dall’impazienza di segni transitori, mobili e liberi, legati da leggi misteriose, continuare a oltrepassarsi l’un l’altro senza mai incontrarsi, mescolando, enigmi alla ricerca di nomi  smarriti. Ricongiunti in una identità non identica, tra memorie riemergenti, dispersi nell’incertezza, senza riuscire a distinguere il ricordo dalla nostalgia.

Si può afferrare davvero solo ciò che non si è mai smesso di cercare. La linea non assomiglia al visibile, ma lo rende percepibile come mistero. Tracciare una linea significa aprire il foglio della superficie alla ricerca di un incerto equilibrio tra pericolo e salvezza.L’apparizione del segno dipende dal grado di resistenza, di opposizione del foglio. Il disegno è un’attività il cui scopo è riconoscere e forse conciliare l’apparente contraddizione tra presenza ed assenza. Il peso di una riga prima di dissolversi nell’indistinto procede nel distacco tra scie evanescenti affondate nel bianco. Occorre lasciarsi invadere da ostinate presenze somatizzate su superfici reattive ad alta sensibilità. Si tratta di una forma di devozione, una pratica dell’attenzione che acuisce la percezione di perdita inscritta nell’origine, come un codice criptato, inaccessibile ma irrinunciabile, riconquistato attraverso un meditato silenzio.

Vittorio Raschetti

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