Inquietudini2018-10-16T14:49:44+00:00

Project Description

INQUIETUDINI

DI BETTY ZOLA

A cura di Felice Terrabuio
presentazione di Vittorio Raschetti

Betty Zola
Nata a Biella nel 1971
Da anni lavora con la carta, materiale sorprendente!
La tratta in modi diversi e l’uso di svariati tipi di colle rendono la superficie ricettiva sempre in maniera diversa.
Nel corso degli anni anni ha accostato alla carta anche ferro arrugginito, vecchi legni, stoffe e altri materiali.

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I risultati di questa ricerca sono stati esposti in molte gallerie; tra le ultime:

Piscina comunale Spaziodarteincopisteria – Milano
Atelier A – Apricale
OnArt Gallery – Firenze
mimumo MICROMUSEOMONZA – Monza
Zaion Gallery – Biella
BI-box Art Space – Biella

Collaborazioni recenti:
Alberto Casiraghy – Pulcinoelefante edizioni
Donato Di Poce – Taccuini d’Artista
Nicola Frangione per Harta con un video artistico realizzato grazie alla collaborazione con Andrea Marinelli

Contatti:
www.bettyzola.it
bettyzola@bettyzola.it
Betty Zola è su facebook

Inquietudini

Mare di carta, incessante movimento di onde su fogli strappati. Oltre i margini del grande libro del mondo, l’inquietudine di infinite pieghe della materia sulle piaghe dell’anima. Storie mute impaginate in un destino che mostra cicatrici vissute e svela nervi scoperti. Carte opache intrise di silenzio pronte ad accogliere la transitorietà definitiva, l’azione del tempo sulla bellezza evanescente delle cose. Crepuscolare stagione della metamorfosi, autunnale attrazione per l’appassire delle cose, abbacinante foliage di carte arrugginite, in un lento infinito accartocciarsi di fogli devitalizzati e circondati da un’aura di tempo perduto. Un foglio mondo da percorrere in tutte le sue rughe, da scoprire in tutte le sue venature misteriose, nei canyon e negli avvallamenti prodotti dalla geologia del pensiero. Cartografia di un paesaggio psichico e morale, più che geografico: superficie lunare, tra rocce e polveri, silenzio selenico tra ondulazioni e crateri, dominato dal potere misterioso delle fasi lunari.

Betty Zola assembla materiali concreti per creare un’apparizione improvvisa, un sistema estetico dove il significato è la costruzione di una pura presenza interrogante situata nei dintorni del foglio, lungo i suoi contorni sfrangianti, irregolari, irriducibili a qualsiasi ordine geometrico. E’ la carta geografica di una Terra piatta, non ancora rotonda, di un pianeta dai confini inesatti, una mappa che allude a una geografia improbabile, ma disegnata con un uso preciso dell’imprecisione.

Il New England è il paradiso del foliage, ma anche una porta occidentale per l’inferno, luogo magico di antica stregoneria approdata nei boschi del Nuovo Continente come un sabba fiammeggiante nella notte di Salem. Posseduti dal delirio, mossi da una strana euforia è più facile inoltrarsi nella zona dubbia, catturati dalla forza abbagliante del nero, dove l’incognita della bellezza si alimenta del disfarsi dei ricordi, grazie alla potenza annientatrice di una verità oscura.

In Betty Zola, l’anima dark non è ostentata, ma si rivela nell’inversione del tradizionale codice luce-oscurità per cui la vitalità rassicurante, l’energia e la veglia appartiene al lato notturno. Il nero contiene tutta la positività e l’indipendenza creativa, l’anarchia della libertà e della fuga dalle catene del conformismo e del dominio della ragione tecnica e calcolante. Il demone delle tenebre, il lato oscuro della luna contro la bianca follia del potere e del controllo psichiatrico della mente, della nebbia lattiginosa che invade il cervello incapace di spegnere lo schermo bianco delle proiezioni dell’angoscia. Bianche sono le garze che stringono in un sudario il dolore per conservarlo senza riuscire a lenirlo. Bianchi sono i lacci e i camici del potere della dipendenza farmacologica. Bianchi sono i vissuti interrotti da un elettroshock, folgorati da un lampo di coscienza sintetica di tutti i ricordi di una vita condensati in un istante senza tempo.

Rust never sleeps, spleen never sleeps. La ruggine non si ferma mai. La ruggine è viva, come l’azione del tempo sulle cose che accoglie l’imperfezione rivelando l’essenza non permanente delle forme. Nell’imperfezione, si mostra tutta l’autentica qualità esistenziale di materiali orfani di un proprietario: scartati, rifiutati, riemersi alla vita grazie alla pazienza e alla cura dell’artista.

La carta grezza nelle mani di Betty Zola si presta ad analogie raffinate, impensate allegorie dove la custodia dell’imperfezione stende una patina di struggente malinconia e spleen su allestimenti poetici e giustapposizioni eleganti di materiali poveri. Assemblaggi intrisi di effetto straniante sembrano dischiudere le porte di microcosmi investiti da rivoluzioni invisibili alla storia. Fantasmi trafitti da chiodi arrugginiti, relitti di lettere disperse senza supposto mittente. Ectoplasmi in sospensione dentro altari di cartone. Fiori malati iniziati ai misteri nella memoria. Il fiore nero evaporato nell’attesa del risveglio.

C’è piacere, ma anche turbamento, nello smarrirsi negli enigmi, nel frequentare misteri tra leggende dai contorni confusi, nell’ispirare i resti di fumi di vulcani silenti mai del tutto spenti. C’è un gusto del pericolante, del non assestato, della fuga dall’equilibrio, estetico e morale, nelle composizioni aggettanti sospese su un abisso di rovine.

E’ uno spazio decostruito – quello delle opere di Betty Zola – insieme reversibile e rovesciabile, sottratto ad ogni gerarchia di certezze, ma dislocato su libere linee di connessione, tra lontananze e prossimità, malinconie e ricordi, desideri trascorsi ed estroflessioni nel futuro di una materia sgravata da qualsiasi funzione.

Tende e veli contaminati celano allo sguardo del tempo le camere oscure dell’esistenza: identità contratta dietro il sipario di un pudore da rispettare trattenuto nell’intimità muta con gli archivi segreti. Un’incessante altalena tra memoria e oblio in moto perpetuo che attinge ai riverberi di superfici ripiegate, tra echi sonori di carta macerata pronta a disperdersi nella dimenticanza. Carta vetrata strofinata su infinite piegature, partiture che prendono forma su una trama di alchemiche presenze. Il supporto è la forma e la superficie diventa forma al ritmo, alle stratificazioni, ai tessuti di segni, alle abrasioni sulle superfici increspate.

Slabbrate, fragili nel turbamento di una premonizione, sensibili, sovrapposte, carte bruciate durante esorcismi, sopravvissute ad un’eruzione di lava, pronte a rovesciare destini.

Polveri di ferro, venti di carbone, resti di parole fossili, volatili disegni improvvisi sempre in balia di un magnetismo instabile che soffia dissolvendo le tracce. Venature vegetali. Ossidazioni e combustioni. Misteriose scatole custodiscono segreti indicibili celati da sipari di teatri neri. Le molecole del sogno si rinchiudono in monadi di pensieri di vetro. Le certezze di ferro vengono inghiottite dai fachiri della verità.

Nei segni più labili e nelle tracce più evanescenti è possibile salvarsi: ma solamente nella fragilità e nella persistenza di ciò che già sembra condannato a scomparire. Nelle ore di creazione, nel cestino dello scrittore, giacciono accartocciate carte rinnegate, frasi abbandonate, lettere respinte non ancora bruciate, che non trovano pace.

Vittorio Raschetti

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