Ho i piedi per terra e la testa tra le nuvole2018-10-16T14:59:39+00:00

Project Description

HO I PIEDI PER TERRA E LA TESTA TRA LE NUVOLE

DI MARCO LAROCCA

Oltre le nuvole la luce è satura di colori vividi, saturi e pieni: esplosione di un mediterraneo sospeso sull’aria senza ore diverse dal mezzogiorno. Un mare di luce permanente oltre gli incidenti del tempo. Meditazioni metafisiche di meridiane che segnano ore sempre uguali e variazioni quasi impercettibili di colori tono su tono: uguali e differenti. La data che si ripete non segna mai la stessa ora: la ripetizione differente rivela l’inganno dell’identico. Il colore è la forma che plasma, è il plasma calato all’alto, il sole rosso è il cuore del colore che ossigena il corpo della visione al di là delle nuvole.

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L’estrema lunghezza del collo permette alle giraffe di accedere senza sforzo ai frutti gustosi sui rami più alti: agli umani occorre invece uno sforzo sovrannaturale per slanciarsi in alto fino a cogliere il nettare divino dell’ideale: solo l’utopia sa soddisfare il palato della musa la musa dell’immaginazione. Non una ribellione contro natura e nemmeno un dovere “obtorto collo”, ma un tentativo di sorvolo del mondo con lo slancio del sogno, senza l’artificio delle ali meccaniche disegnate dall’ingegno di Leonardo. Non è la tecnica del volo ma l’anima del sogno che consente di addormentare la gravità. Si può volare alto senza subire la punizione di Icaro e sostituire la cera per le piume con un impasto denso di colori: basta assemblare ali leggere ma robuste con la stessa materia delle tele dei quadri. Sono ali che supportano il volo e sostengono l’immaginazione oltre il velo delle nuvole. Per ricominciare a vedere si deve protendere il collo oltre il campo visivo consueto e allungare lo sguardo oltre il giardino privato delle abitudini. Infatti si comincia a vedere autenticamente solo a partire dalla consapevolezza della intenzionalità in atto che orienta il fenomeno della percezione visiva. Per questo gli uomini devono “diventare come giraffe”, e prendere spunto dalla prospettiva insolita ed eccentrica delle giraffe per imparare a vedere dall’alto di una nuova prospettiva. Nel caos improvviso delle nubi si condensano le forme più curiose, evocative e sfuggenti. Con la testa tra le nuvole è l’artista che si attarda tra i sentieri di vapore. Viste dal cosmo, le nubi sono una pelle mutante che mimetizza la bellezza della Terra e la protegge dallo sguardo predatorio degli Dei invidiosi e vendicativi.

[su_quote]Nel caos improvviso delle nubi si condensano le forme più curiose, evocative e sfuggenti. Con la testa tra le nuvole è l’artista che si attarda tra i sentieri di vapore. Viste dal cosmo, le nubi sono una pelle mutante che mimetizza la bellezza della Terra e la protegge dallo sguardo predatorio degli Dei invidiosi e vendicativi. [/su_quote] Le nuvole sono i soffici cuscini che cullano i sogni di gloria ad occhi aperti di Don Chisciotte. Forse non si crede più a super-eroi in volo come Superman, del resto timidi nella vita e spaventati dalla kryptonite. Sono più apprezzati i realisti come Sancho Panza o come l’Uomo di gomma dei Fantastici quattro dotato del potere di allungare gli arti e protendersi dal suolo fino alle nuvole, senza spiccare il volo, rimanendo con i piedi saldamente ancorati al suolo. Non proviamo nostalgia per divinità su carri alati, ma avvertiamo empatia con la natura ibrida di semidei sospesi tra Cielo e Terra, sempre in dubbio sul proprio luogo naturale. La leggenda ci invita a leggere al contrario Stairway to heaven e scoprire che si tratta di un ascensore per l’inferno. La gerarchia dei luoghi richiede una nuova interpretazione: Nietzsche invita a mostrare il coraggio di una fedeltà assoluta alla Terra. Con la testa tra le nuvole e i piedi nel fango del mondo. Gli eroi tragici, umani troppo umani, attingono alla vertigine aerea per lanciarsi più profondamente verso l’abisso e conservano il coraggio radicale di una fedeltà assoluta alla Terra. La sospensione tra piattaforme aeree dell’utopia non può dimenticare il dovere della realtà ancorato ai fondali della gravità. Shakespeare nella Tempesta ci offre con la massima magia del teatro la perfetta contrapposizione tra spiriti dell’aria e creature autoctone dalla Terra nel confronto tra i personaggi di Ariele e Calibano. Da tempo immemorabile: terra, aria, acqua e fuoco rappresentano gli elementi di cui è composto il mondo fisico; a questi si potrebbero aggiungere le nuvole: metamorfosi continue, allusive e transitorie, variazioni infinte dell’immaginazione nel fondale immobile del cielo.

[su_quote]Marco LaRocca non si chiude nella torre d‘avorio di una statica arte concettuale autoreferenziale, non si arrocca nel solipsismo romantico a contemplare il sublime delle rovine della tradizione della pittura di figurazione, ma preferisce condividere in un lampo tutta l’emozione calda del colore in movimento.[/su_quote]

Il modo meno artificiale, e meccanico di volare è la mongolfiera, silenziosa, placida e gonfia, soffice nuvola di elio esilarante tra nuvole di vapore malinconico, priva del frastuono del Jet, del ronzio delle eliche, come un viaggio in pallone di Jules Verne attorno a un mondo innocente ancora sulle soglie dell’adolescenza della tecnologia. Le nuvole sono immerse nella corrente del vento dei pensieri liberi della creazione priva di memoria, sono visualizzazione di fantasmi della fantasia, sono il sonno ad occhi aperti dell’immaginazione in fuga. Le nuvole sono istanti impalpabili di condensazione di pensiero breve per cui l’unica meta è la fuga. Andare a nascondersi tra le nuvole giocando a fare gli struzzi capovolti che mettono la testa non sotto la sabbia ma sopra il mondo, non per occultare la realtà ma per trasformare la prospettiva in un verticale movimento di sorvolo. Marco LaRocca non si chiude nella torre d‘avorio di una statica arte concettuale autoreferenziale, non si arrocca nel solipsismo romantico a contemplare il sublime delle rovine della tradizione della pittura di figurazione, ma preferisce condividere in un lampo tutta l’emozione calda del colore in movimento. Marco LaRocca ha scelto di fare parte del corpo elettrico del mondo in eterna pulsazione, la visione per l’artista non è messa a distanza, o riflessione esclusiva sul linguaggio della pittura, ma è piuttosto coinvolgimento diretto ed immersione nei ritmi incrociati e nelle sonorità sovrapposte nel grande mixer globale della contemporaneità.

[su_quote]Marco LaRocca combina l’istinto del colore con la compostezza della costruzione figurativa e la cultura della composizione del quadro, attingendo a fonti citate con rispetto ma anche giocando ecletticamente con ammiccamenti con la storia della pittura contemporanea[/su_quote]

Il mondo può ancora ospitare la pittura e l’arte può ancora occuparsi del mondo sembra volerci ricordare LaRocca. Spalancare una finestra sull’aperto significa affrontare lo stridere selvaggio dei colori acuti, affermando una contiguità tra il caos del mondo della vita e il composto mondo interiore delle regole della partitura pittorica. Non è pittura en plein air ma piuttosto un en plein di pittura e colore: come una finestra spalancata su un mondo di colori selvaggi da accogliere nello spazio della rappresentazione, che non è solo specchio del reale ma vettore di energia. L’entusiasmo pittorico ricarica la vita abulica con nuovi tratti di vitalità e intensità grazie a linee di forza cromatica che reagiscono tra loro per dissonanza: un flusso di elettricità del colore che scorre nelle fibre materiche delle tela pronte a scaricare tutta l’emozione cromatica. La parrucca bianca di Andy Warhol aveva saputo riconoscere la novità dei drealocks neri di Jean-Michel Basquiat. Le opere di Marco LaRocca fanno drizzare magicamente i capelli per effetto del magnetismo elettrostatico. I fulmini nascono tra le nuvole ispirati dagli dei e colpiscono i mortali a terra.

Marco LaRocca combina l’istinto del colore con la compostezza della costruzione figurativa e la cultura della composizione del quadro, attingendo a fonti citate con rispetto ma anche giocando ecletticamente con ammiccamenti con la storia della pittura contemporanea, basti pensare al maestro della pop-art romana Mario Schifano. Ma l’inquietudine e l’intonazione blues dell’iperattivo Schifano non è assimilabile al mood della pittura di La Rocca che è invece tutta all’insegna dell’innocenza del divenire, della felicità del colore e del desiderio di condivisione.

Colate di colore fuori contorno, per scavalcare la coincidenza tra forma e colore tracimando oltre il limite dell’esattezza, incursioni nelle linee mondo garantendosi tutta la libertà dell’immaginazione cromatica. Immaginare, viaggiare, errare, divagando nei possibili, perdendosi nei percorsi alternativi: perché solo le strade sbagliate portano nella direzione giusta. Dipingere linee di erranza su velature di contemplazione, dirottare l’immagine fuori dalla prospettiva usuale per attraversare velature di contemplazione e condensarsi su impasti di colore esuberante ed innesti materici.

Si avverte il passo veloce, il desiderio di implementare tutto la varietà di un collage del mondo frammentato e ricomporlo nella condensazione narrativa del quadro, un bisogno di prelievi materici per riaffermare la realtà del mondo e ricomporre il senso dello sguardo. C’è una urgenza di fare presto, di agire in velocità, come se si stesse impiegando vernice a presa rapida, come dipingendo graffiti illegali che richiedono la rapidità di un frenetico “mordi e fuggi” braccati dalla legge. Una pittura in presa diretta con le convulsioni nervose di un mondo liquido: occorre massima rapidità per agire prima che il colore si rapprenda per sintetizzare l’essenza di una scena in un istante assoluto.

Marco LaRocca ha frequentato ai suoi esordi la graffiti art, assorbendo il fascino e il mito dell’arte urbana e tribale, ancestrale e contemporanea di Basquiat. La pittura nasce sulle pareti delle caverne e ritorna sui muri delle città. I quadri nelle gallerie sono prelievi da un unico immenso graffito interminabile lungo come il mondo globale, senza più confini: un nuovo alfabeto internazionale sempre meno gergale e sub-culturale. Basquiat è il Caliban underground nella penisola di Manhattan che ha saputo suscitare una tempesta generazionale nell’isola del privilegio al centro dell’arte contemporanea elevandosi dal ground zero dei graffiti di strada ai grattacieli sopra le nuvole dei loft dei collezionisti più esclusivi. Basquiat ha contaminato la scena dell’arte ibridandola con una nuova sensibilità di strada, contribuendo ad abbattere confini tra le razze e le tribù dell’arte, ha saputo annullare i muri culturali senza abbatterli, semplicemente ravvivandoli di colori. Marco LaRocca viene da questa apertura e crede che la pittura non debba subire confini di stile, di storie, di status, perché il colore è ovunque entusiasmo ed assenza di limiti.

Le nuvole sono come batuffoli di cotone per detergere il viso dell’attore alla fine dello spettacolo: malinconicamente si scioglie la maschera, ma poi subito riappare la magia di una tavolozza infinita in un arcobaleno di nuvole colorate.

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