Ego Ipse Sum2018-10-16T15:00:14+00:00

Project Description

EGO IPSE SUM

DI CARLO GUZZI

Un incontro casuale non è mai solo fortuito, le coincidenze generano una maglia di relazioni di ferro, un cortocircuito del senso: quasi per gioco, mai per puro caso.
Di fronte ai silenzi dell’arte si mette in moto la macchina del pensiero: l’inatteso genera stupore e spinge oltre il cerchio della protezione e del consueto. Lo sguardo in transito si imbatte nell’intransigenza della forma avviando il circolo delle interpretazioni. È giusto gettare lontano lo sguardo, come Carlo Guzzi, aguzzare la vista per lambire orizzonti ulteriori.
L’opacità testarda della materia non suggerisce scorciatoie, ma induce a cercare passaggi segreti, fori di trascendenza che non si trovano mai là dove vengono cercati: serve fiduciosa insistenza e metodica pazienza.
Violare il silenzio e l’omertà del vuoto, entrare per uscire, per rientrare ancora, ma diversamente: perché non si passa mai attraverso lo stesso vuoto. Eterno ritorno: porta della percezione aperta sul possibile altrove.

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Il lavoro di Carlo Guzzi è il dono di uno schermo bianco che permettere la proiezione dell’ombra sulla parete della mente. Un’ombra protagonista. Serve precisione nel catturare l’ineffabile, come ci sembra indicare la direzione della ricerca di Guzzi che rivela tutta la tenacia della scultura nel cercare di afferrare il vuoto gettandosi coraggiosamente oltre il baricentro della propria creazione: senza bisogno di piedistallo, all’opera basta un equilibrio di leggerezza metafisica per riuscire miracolosamente a sostenersi. È una fatica infinita, una missione al limite del sostenibile quella di scolpire il vuoto facendo spazio al pensiero. L’oggetto della scultura è gettato oltre le leggi della geometria solida: mostra la levitazione dalla seconda dimensione e lo sconfinamento in uno spazio temporale. Catturare l’assenza con uno sforzo tattile di prensione protesa sull’impalpabile che non si lascia cogliere e neppure vedere, che si può solo intravedere, questa è la sostanza irriducibile del lavoro di Carlo Guzzi.

Vestire di vuoto il volto disseminato nel molteplice parco umano, plasmare una forma svuotata dal bisogno di apparire per lasciare affiorare punti interrogativi stilizzati che si uniscono in una silhouette umana. Instillare dubbi installando fragili ferri barcollanti nel paesaggio. Segni interrogativi senza il punto, combinati in una domanda sospesa sul senso dell’assenza. Geometrie della fragilità, curve solo accennate che recano il segno perduto dell’umanità. Punti interrogativi stilizzati ricurvi su se stessi si trasformano in figure di ancore che zavorrano al suolo. Uno sguardo dall’oblò sull’oblio del sacro. Tao del segno, teofania del divino che si riempie dell’assenza conservando la forma orientale rovesciata agli antipodi della pienezza tautologica dell’Uno mistico autoreferenziale neoplatonico.

C’è predestinazione nello scovare l’elasticità nascosta, materiale ed esistenziale, inorganica ma già quasi umana nascosta nei resti di ossa di ferro. Carlo Guzzi impiega un linguaggio aspro di consonanti metalliche che trascura le morbide convessità vocali, troppo umane, per evocare profili sottili del possibile. Metafore ferrose, non ancora corrose dal linguaggio esposto alle intemperie del tempo. Curve resistenti: segni resilienti, disegni di ferro aperti sul possibile. Modulazioni plastiche allusive, tessuti di ripetizioni ed ulteriori avvitamenti, incroci e scambi visivi affacciati sul minimo accenno di presenza. Soffio vitale attraverso gabbie metalliche aperte. Voliere aperte sulla fuga che lasciano fuggire l’anima volatile dal corpo.
Oltre la cortina di ferro, oltre il confine, nella terra di nessuno di un paesaggio di passaggio che trascorre nella contigua ubiquità tra “qui” e “altrove”.
Nelle terre orientali il sacro si scrive nella lingua preziosa dell’oro, nelle terre desolate dell’occidente il sacro si può inscrivere nei nudi contorni di ferro stagliati sulle rovine. Carpentieri del sacro, artisti del divino.
Prelievi di ferro dal cemento armato per disegnare profili di uomini disarmati, senza nemici, anemici con un bisogno vitale di più ferro nel sangue. L’artista non è solo demiurgo, ma anche chirurgo dell’anima, che impiega i ferri per curare senza anestetizzare. Seminare steli antropomorfi raccogliendo fiori di ferro. Una presenza di fili di ferro che non si defilano dalla vita, ma che si profilano eleganti ed essenziali nel paesaggio, istanze di rarefazione del segno: onde di ferro al calore bianco. Filiazioni di generazioni nell’età del ferro: un futuro arcaico che unisce mitologia titanica e pacata misura minimalista. Architetture dallo scheletro umanoide, archeologie del futuro. Un co-appartenersi dell’umano in eleganti intrecci di fili.

Stridere di maglie metalliche nel tempo del rigore, nell’inverno delle relazioni umane. Scheletri di ferro moltiplicati e implicati tra loro in un bosco sacro. Si può udire un antico dialogo di vento e di ferro: come i resti di una corazza senza vita che racconta la vita scampata, temprata dalla natura avversa del tempo.
L’essenza incomprimibile, il grado zero dell’umano, di linee – umanizzate, un’essenza composta di assenza. Proiezioni di trascendenza stereometrica. Impronte senza profondità galleggianti nel vuoto. Volumi evocati ma mai pronunciati, solo sovrapposti si risvegliano nell’aura che ritaglia un accenno di presenza sconfinata nella trascendenza animata.
Il profumo levigato del legno stagionato e inutilizzato non deve essere sprecato, ma diventa l’autentico centro focale, il fuoco della composizione: l’apparizione dell’anima del mondo. La sensibilità tattile è l’udito responsabile dello sculture che sa ascoltare fino in fondo le vibrazioni più impercettibili della materia. Il senso pratico dell’artigiano rispetta il senso per l’invisibile dell’artista. L’arte è un alibi di ferro svelato dalla verità che, come la ruggine, fa arrossire il volto.

Carlo Guzzi (Cernusco Sul Naviglio 1970) , lavora la carta, il ferro, il legno, l’argilla e la sua anima. Un percorso dove l’attenzione si concentra sull’uomo nella sua accezione più pura: uomo che si fa albero antico, impronta nell’aria, assenza o presenza silenziosa. Ma comunque uomo. Diplomato in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera. Specializzato in Arteterapia, ArTeA Pavia. Vive e lavora a Paina di Giussano (carloguzzi@teletu.it)