Dialoghi materici2018-10-16T14:48:43+00:00

Project Description

DIALOGHI MATERICI

DI SONIA SCACCABAROZZI

Opere di Sonia Scaccabarozzi
A cura di Felice Terrabuio
presentazione di Vittorio Raschetti

Sonia Scaccabarozzi
Nata nel 1969 a Vimercate, vive e lavora a Verderio. Il bisogno di esprimersi attraverso il disegno porta Sonia Scaccabarozzi a frequentare l’Istituto d’Arte di Monza, dove, sotto la guida di AG Fronzoni designer milanese, comincia a sviluppare i propri canoni espressivi . Terminati gli studi, inizia la sua collaborazione come grafica con la casa editrice Electa. Nello stesso periodo si avvicina alla scultura e, la scoperta della terza dimensione è per lei una vera e propria rivelazione. La ceramica unita ad altri materiali permette a Sonia di spaziare dal gioiello al vaso ad opere di grandi dimensioni. La sperimentazione è la vera passione, legno e ferro sono gli elementi fondamentali delle sue ultime opere, materiali pesanti e severi che rivivono trasmettendo poesia e leggerezza.
Info:
www.soniascaccabarozzi.com
sonisca2105@gmail.com

[su_spoiler title=”Leggi tutto il testo”]

Dialoghi materici

Fantasia creativa, frenesia immaginativa, una corrente irrefrenabile di impulsi, un gioco infinito di variazioni, sperimentando ogni configurazione possibile della forma, afferrando e valorizzando ogni connotazione simbolica della materia. Voli pindarici e giochi di associazioni, liberati dal peso della gravità, ma sempre ancorati al fondamento, all’origine della materia. Forme svincolate dal dovere della funzione, ma non svuotate della memoria della provenienza e della consistenza simbolica dei materiali.

La grafica e il disegno sono, per Sonia Scaccabarozzi, solo punti di partenza per avventure artistiche e per esplorazioni degli effetti poetici ed estetici prodotti da inedite combinazioni di materiali e di forme. Un viaggio vissuto come dialogo ininterrotto con la materia, una pratica artistica che  interroga la materia e la sua vocazione a generare connessioni simboliche, che chiama la forma a rispondere dei suoi confini fino a lambire l’orizzonte delle sue possibilità. Nelle opere di Sonia incontriamo segni scissi da legami diretti con l’utilità e la funzionalità, ma connessi alla responsabilità della bellezza e all’imperativo dell’originalità. Personalità e sensibilità sono i punti cardinali che orientano la direzione del lavoro di ricerca dell’artista, ma anche un sottile humor ed un tocco di autoironia che restituisce un’aria di intelligente e consapevole leggerezza. Occorre aprirsi all’innocenza del sorriso – sembra suggerirci il lavoro della scultrice – le sue opere, infatti, rivelano una sorta di virtù terapeutica: stimolano il pensiero positivo e l’abbandono di atteggiamenti di chiusura e difesa psicologica. Innescano una salutare, istintiva, apertura alla relazione negli osservatori, inducendo serenità emozionale e purezza ideale, perfetta per fare dell’arte un buon  uso sociale e una attitudine morale.

Le potenzialità espressive dei materiali vengono condotte ad una sintesi lirica generata da combinazioni ed assemblaggi inattesi, sequenze di moduli, giochi di sovrapposizioni, ripetizioni differenti, trasformazioni nelle direttrici spaziali della forma, generando calembour visivi, giochi linguistici e cortocircuiti concettuali-formali incentrati sulla improvvisa mutazione  delle convenzioni visive, oltre il senso comune delle cose. Intrecci e raccordi, ibridazioni, innesti tra strutture diverse, fili anarchici srotolati in piena libertà, spirali di crescita non controllabile. Metamorfosi di forme organiche e composizioni di geometrie imprevedibili da cui scaturiscono nuovi rapporti impensati tra le forme.

Ceramiche rivestite da effetti cromatici smaltati, iscrizioni e grafie di alfabeti inconoscibili ma suggestivi. A volte il segno grafico sulla superficie  si intinge in colori che permettono al concetto sotteso di manifestarsi con maggiore vivacità, evidenza, trasparenza e leggibilità. Una generale temperatura emotiva improntata al buon umore in contrasto con la grigia monotonia della seriosità del design imperante inteso come dittatura del sistema binario bianco-nero.

Sfere imperfette cosparse di segni geomorfi. Ovali irregolari richiamano pianeti primordiali ammaccati da piogge di meteoriti. Linee di frattura sulle sfere sembrano evocare le falde di continenti alla deriva: sono ferite ancestrali sulla crosta terrestre che si spalanca lasciando scoprire l’interno del cuore magmatico della Terra.

Trame tempestate di lame incastonate su uno sfondo, che da segno diventano texture, sensibilizzazioni di piani, ma anche tratti di colore,  e poi ancora spessori cromatici dotati di volume. Superfici di colore innestati su prismi solidi, pronti ad essere colti dal movimento cinestesico dell’atto di guardare dello spettatore. Trame leggibili secondo una sequenza di lettura optical che non si trattiene in una dimensione fredda ed analitica ma lascia apparire un movimento che arricchisce di colori improvvisi la costruzione compositiva dell’opera. Il linguaggio della materia non è fatto solo di linee e contorni, ma anche di riflessi cromatici che con la loro inclinazione contribuiscono a caratterizzare la dinamica dei piani di osservazione.  L’ambiguità dei piani molteplici delle trame viene frantumata e poi ricomposta in una percezione univoca di un solo colore alla volta da parte della soggettività dell’osservatore rivelando la dinamica interna all’atto stesso della visione.

C’è una indubbia attitudine a varcare i piani, a varcare le soglie di nuove dimensioni nella ricerca artistica di Sonia Scaccabarozzi. Per ammissione della stessa artista è stato proprio l’incontro con la terza dimensione, con la profondità tattile a creare quel cortocircuito creativo che ha spinto la sua ricerca ben oltre il territorio più rassicurante della grafica. Ed è proprio lo spessore incomprimibile della scultura ad avere condotto in quello spazio  impossibile da contenere in una messa a distanza a cui l’artista ha reagito con una moltiplicazione di ricchezza creativa ed emotiva, sia plastica che allegorica. Arte non è solamente tecnica, saper fare, ma anche immaginazione, spirito giocoso di liberazione dai vincoli rigorosi delle leggi di necessità e dal principio di realtà.

Il legno intinto in un mare di cobalto non galleggia, ma sprofonda nella distanza, tempestato di sciami di prismi, orientati nel medesimo verso,  aggregazioni spontanee di tessere di mosaici che compongono non una figura ma un ritmo, una qualità tutta musicale collocata nello spazio e misurata nel tempo. Astratto alternarsi di addensamento e rarefazione di segni che richiama il geometrico procedere di uno stormo in volo: atomi di colori, mutanti secondo la direzione dello sguardo dal blu cangiante al rosso, un inafferrabile camouflage di colore incastonato nel suo possibile altro. Un cromatismo mimetico che si rivela cambiando angolo prospettico, manifestando l’essenza vibrante del colore sempre immersa in trame nascoste che si svelano solo grazie ad un movimento cinestesico dell’osservatore perché le forme e i colori cambiano al mutare dell’orientamento spaziale. L’artista sembra suggerire l’idea che vedere un colore non è un atto percettivo passivo, ma è invece un’attività intenzionale che richiede un’osservazione da varie angolature e va incontro alla sensazione percepita assegnandole una precisa presenza nello spazio.

Un dialogo tra piani, una tessitura di trame di legno dipinto, una sovrapposizione verticale di piani lamellari disposti secondo lunghezze diverse per creare un ritmo vibrante, uno spettro di colori che reagiscono tra loro restituendo una impressione di irrequieto movimento armonico.

Scheletri di ferro, tendini ossidati, strisce metalliche: ricostruzioni archeologiche e analogiche di forme organiche. Gabbie metalliche disegnano nel vuoto il tentativo di una memoria rimarginata con suture di filo di ferro. Tra assenza e memoria, concretezza materica fatta di simulacri e resti fossili delle cose, rievocazione di archetipi impossibili da cancellare. Forme riapparse, tracce abbozzate nell’aria, esili e nervose come pensieri resistenti, sottili e resilienti come il ferro. Una memoria d’acciaio, fredda come il ghiaccio.

Sembra impossibile, per il bambino, che lo scafo di ferro di una nave possa galleggiare. Può risultare quasi inverosimile e comunque misterioso, anche per un adulto, che un aereo di ferro riesca davvero a volare. Poi qualcuno ci convince a sognare, piccole, grandi, utopie concrete, ad occhi aperti, spalancati come cuori pulsanti, volando più alto della tecnica e della logica, sospinti dalla fantasia ai confini con la poesia.

Vittorio Raschetti

[/su_spoiler]