AvVolti nel Tempo2018-10-16T14:42:38+00:00

Project Description

AVVOLTI NEL TEMPO

DI MILENA TORTORELLI

avVolti nel Tempo
opere di Milena Tortorelli

A cura di Felice Terrabuio
presentazione di Vittorio Raschetti

Milena Tortorelli
Milena Tortorelli nasce a Como il 17 giugno del 1967 frequenta il liceo artistico e successivamente si laurea in architettura al politecnico di Milano.
Dal 1992 e’ architetto e collabora con diversi studi di Como e Milano; nel 1995 avverte l’esigenza di colmare la sua vena creativa con l’arte oltre che con l’architettura.
Prima autonomamente, poi seguita da differenti maestri. Si approccia all’arte e alle sue tecniche utilizzando olio e acrilico indifferentemente.
Oggi collabora con il laboratorio di pittura del maestro Vanni Saltarelli, vive e lavora a Saronno

Milena Tortorelli
via Niccolò Tommaseo 8 21047 – Saronno(VA)
www.mylent.it milena@renoldi.it
cell. +39 392 947 7786

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Ancora tutto da scoprire, in attenta, paziente ricezione, nel campo aperto, disperso, sconfinato, abbacinante della luce, rispondendo al richiamo irresistibile di vibrazioni infinite. Disposti a lasciarsi sedurre senza perdere i sensi: passivi, ma presenti. Come collezionisti di luce, come farfalle con una vita lunga solo un giorno, fotosensibili e fotodegradabili, disposti a ricevere la pienezza di una sola ora splendente, seducente, incandescente, accecante nella densità del colore sconfinato, già trasformato nel dolore, in nostalgia nell’ombra incombente. Poca luce o molta, quanto basta, senza più alcun dovere di aggiungere colore al colore. Ovunque, a qualunque ora, se  davvero sensibili e recettivi, la luce è sempre sufficiente: si può essere sensitivi, intuirla anche se non ancora presente: dove la luce non si vede, ma già si sente. Occorre apprendere a convivere con l’incanto e lo smarrimento, senza perdere la strada del ritorno, guidati dalla memoria del colore che trattiene più a lungo la materia dell’emozione e conduce fuori dal buio.

Ancora tutto da scoprire, in attenta, paziente ricezione, nel campo aperto, disperso, sconfinato, abbacinante della luce, rispondendo al richiamo irresistibile di vibrazioni infinite. Disposti a lasciarsi sedurre senza perdere i sensi: passivi, ma presenti. Come collezionisti di luce, come farfalle con una vita lunga solo un giorno, fotosensibili e fotodegradabili, disposti a ricevere la pienezza di una sola ora splendente, seducente, incandescente, accecante nella densità del colore sconfinato, già trasformato nel dolore, in nostalgia nell’ombra incombente. Poca luce o molta, quanto basta, senza più alcun dovere di aggiungere colore al colore. Ovunque, a qualunque ora, se  davvero sensibili e recettivi, la luce è sempre sufficiente: si può essere sensitivi, intuirla anche se non ancora presente: dove la luce non si vede, ma già si sente. Occorre apprendere a convivere con l’incanto e lo smarrimento, senza perdere la strada del ritorno, guidati dalla memoria del colore che trattiene più a lungo la materia dell’emozione e conduce fuori dal buio.

Vibrazione generata per sottrazione, rimbalzo, rifrazione, colore scaturito dall’urto con un iceberg di cristallo, moltiplicato nelle mille facce di ghiaccio scheggiate nella luce di diamante. La luce non è mai  in ozio, l’occhio non è mai sazio, sempre circondato da mobili ed insondabili variazioni cromatiche. La dignità della pittura si condensa in sensazioni sature di silenzio oltre l’effimero.

La renitenza del colore a raccontarsi si scioglie solo nel sottobosco di tappeti cromatici e velature tono su tono, sotto forma di soffuse sovrapposizioni di stesure, filtrate attraverso una natura sempre pronta ad assorbire i timbri più squillanti assimilandoli in un gioco di note congegnate per elidersi reciprocamente: affinché tutto sopravviva nascondendosi.

La genesi della soggettività richiede di lasciar apparire la differenza individuale, l’impronta incommensurabile, la differenza idiografica, l’unicità della persona scritta nell’intraducibilità del volto. Milena Tortorelli, in un mondo ormai affollato di clonazioni ed omologazioni di linguaggi, di ripetizioni e simulacri, ostinata e controcorrente, crede nel codice della sensibilità soggettiva e nella differenza dello stile come intima declinazione personale nella pratica dell’arte e anche nella genesi del soggetto e nella sua manifestazione improvvisa ed irriducibile raccolta nella materialità vivente della pittura. La verità svelata nell’epifania di un soggetto inconoscibile e non riducibile a mera formula, definizione o astratto concetto: l’individuo resta infatti un’apparizione inattesa, un volto sfuggente che si tradisce in un ritratto unico e irriproducibile. E’ il mistero insolubile del confronto con il volto impassibile che ci guarda e ci riguarda. L’Io è l’inarrivabile, l’ineffabile differenza dell’Altro evocata nell’irraggiarsi di infinite linee divergenti, spezzate e sempre in fuga. Lo specchio rifrangente. Il pudore che respinge la rapacità dello sguardo altrui, il richiudersi delle palpebre sui segreti privati, la negazione dell’ostentazione, il rifiuto dell’indiscrezione, la nobile psicologia di una civiltà anteriore ai costumi del presente. L’inattualità della virtù e dello stile si ritrova nella scelta di impiegare un linguaggio artistico retrospettivo, ma anche nella selezione dei soggetti, nei ritratti che condividono il rifiuto di concedersi alla volgarità dominante del presenzialismo del presente. Volti contemporanei, ma rivolti allo stile di un tempo inattuale, non troppo lontano ma già scomparso.

La qualità insostituibile dell’impiego della figurazione pittorica si mostra al meglio nella sua specifica capacità di soffermarsi sulla variazione di intensità di un impercettibile istante, sulle sue infinite mobilità, sulle sue inarrivabili modulazioni di qualità, tra evanescenze, differenze ed ambiguità. Vibrazioni che non possono in alcun modo appartenere alla dimensione della fotografia. La fotografia fissa l’istante, la pittura fissa l’infinita mobilità dell’istante, la geometria variabile eternamente fluttuante nelle forme liquide nel colore.

Nella pittura di Milena Tortorelli il volto si forma e contemporaneamente si trasforma, come una corrente inarrestabile di impulsi in fuga, atomi e filamenti di colore ed energia vitale, pura  metamorfosi della bellezza in tempo reale.

Una indefinita tensione si raccoglie in un bagliore improvviso, un  pudore inaspettato, un ritrarsi di protezione compreso tra i movimenti degli occhi, compresso tra anime in un tentativo di comunicazione. La micro mimica facciale è una sequenza di variazioni di movimenti brevissimi che segnano avvicinamenti cosmici e distanze abissali. La cartografia dei movimenti del volto è un atlante dell’universo.

La pittura è una sonda alla scoperta dell’impossibile nucleo profondo dell’Io che può solo affacciarsi sull’orlo del precipizio dell’essere umano; ma anche una esplorazione solo superficiale è in grado di cogliere sintomi, movimenti involontari, atti rimossi estromessi dal profondo, espulsi dall’inconscio profondo e proiettati sull’epidermide della pittura. Come molecole i poligoni policromi della pittura possono aggregarsi per azione e repulsione, mescolarsi e reagire in via complementare e armonica arrivando a creare illusioni di volumi, superfici sensibili capaci di evocare lo strato profondo, abissale, dell’anima. Per questo – sembra suggerire l’artista – è ancora praticabile una sorta di pittura antistorica che ritorna alle questioni poste dalla decostruzione della raffigurazione del soggetto. E’ possibile retroagire nei linguaggi e nelle poetiche scegliendo una consapevole inattualità dello stile per ricominciare a praticare pittura di figurazione, riprendendo lo slancio della genesi del moderno, oltre il divisionismo, il postimpressionismo, arrivando a lambire i confini dell’astrazione prefigurata da Cezanne. Milena Tortorelli sceglie di situare la propria poetica sulla soglia della stagione post-impressionista che apre all’astrazione, si spinge verso la scomposizione della forma trattenendosi nella riconoscibilità della figurazione. La sua modalità artistica vuole vivere la soglia, la transizione, il punto di svolta che prefigura l’astrazione, ma si trattiene presso la memoria della figurazione. Una soglia che tiene insieme presente e passato,  tra riconoscibilità e dissoluzione della forma, mostrando una dialettica ancora indecisa tra fedeltà alla verosimiglianza e pura espressione di una logica interiore delle forme.

Un punto di svolta, gettati nella soglia, nel passaggio tra ciò che “non è ancora… ma già non è più” della pittura di figurazione, pronti ad abbracciare tutta l’incertezza della transizione, cercando non la certezza dell’identità nel ritratto, ma tutta l’evanescenza del flusso percettivo del colore che deborda oltre i contorni, oltre l’evidenza del riconoscimento.

Il valore di un ritorno al silenzio significante della pittura che parla attraverso gesti che accarezzano la tela con la delicatezza di chi sfiora la bellezza senza desiderio di possesso, ma fissando sensazioni oltre la brevità dell’istante con tutta l’energia emotiva e costruttiva della chimica del colore. Giochi di dissonanze ed alternanze di toni caldi e freddi per amplificare volumi e suggerire la geometria misteriosa e spigolosa sottesa alla superficie levigata del volto. La pazienza della costruzione e dell’analisi della composizione sostiene tutta l’irrequietezza della tempesta di tratti filamentosi e sfuggenti che movimentano la tela. Al colore è affidato il compito di costruire le forme e restituire la sostanze emotiva del tempo. La risonanza dei colori tra loro riesce a tradurre in ritmo la dinamica di condensazione della forma immersa nella trasformazione continua. Un sottile intreccio di rimandi tra filamenti di colore si avvolge su un mistero che si può solo intuire grazie al gioco di allusioni cromatiche.

Lo schema spaziale è dominato da un ordine strutturale dominato da un impiego in chiave architettonica della figura che cerca la chiave di volta della costruzione, il codice di accesso all’interiorità dell’anima del ritratto. L’armonia generale si fonda su una molteplicità di traiettorie visive che si offrono in una pluralità di tessere di colore combinate in un intarsio sofisticato e dinamico di linee oblique ed ortogonali. L’ampiezza, la direzione e la frequenza delle pennellate definiscono la struttura compositiva frammento per frammento attraverso una catena di suggestioni ed evocazioni dove la figurazione riprende vita e leggibilità grazia alla modulazione di un gioco di eleganti e sottili variazioni ed opposizioni cromatiche. La sensazione cromatica, la ricomposizione del senso oltre la scomposizione analitica in macchie coloristiche astratte è il vero destino della percezione, il punto di arrivo di una tessitura meticolosa ma veloce, rapida ma precisa, che esalta il valore cromatico ed estetico e restituisce alla pittura una propria autonomia artistica, uno spazio mentale ed un valore immaginativo oltre che rappresentativo.

Nelle opere di Milena Tortorelli si coglie una naturale ed insieme sofisticata raffinata sensibilità coloristica che sa evocare la trascendenza e l’evanescenza, la fuga dall’identità autoreferenziale di un soggetto rannicchiato nei meandri interiori della propria  riflessione. Il mood monocromatico di alcune opere è capace di intingere in un unico spleen emotivo la densità malinconica dell’unicità di un soggetto destinato a rimanere in compagnia unicamente con se stesso.

Sguardi affilati che rifiutano la sfilata nella vanità del presente, personalità capaci di sostenere il silenzio del cellulare e le chiacchiere inutili, volti in grado di sostenere lo specchio di un destino solitario affondato in una bellezza non ostentata, ma celata dietro un velo di indifferenza alla volgarità dei costumi attuali. Soggetti non in posa, ma appartati, estranei alla fotogenia, selezionati dall’appartenenza al rigore di una bellezza non scontata o forzata, ma forti di un gusto liberato dal dovere. Sguardi ricchi di intensità, ma appartati nella eleganza innata e consapevole priva di tentativi di seduzione, liberi, come il fluttuare di fili di colori in un vento solo

Vittorio Raschetti

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